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Monday, January 17, 2022
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Imprenditore Affiliato Alla Camorra Intasca 17mila Euro Di Ristori Per Covid

Laiso ha infine negato – pur sostenendo di non esserne a conoscenza per via diretta – la possibilità che Donadio investisse i soldi del gruppo Schiavone nelle sue attività in Veneto. Ma come in un giallo degno della penna di Massimo Carlotto, dagli anfratti più reconditi del fu mitico Nordest emerge un’altra storia che si lega in qualche modo a quella che è in scena a Mestre. La ex convivente di Dalle Rive, la donna della quale il presunto basista Daniél, si sarebbe servito per avere informazioni sulla dimora di Dalle Rive è la 55enne Miriam Valiera. Che la identità sia la sua lo si apprende da una denuncia, dai contorni ancora da chiarire, che la stessa deposita il 15 luglio 2019 al comando provinciale della Guardia di finanza di Vicenza. In quel documento la donna spiega di avere avuto col Daniel una relazione sentimentale dal 2014 al 2018.

Le ordinanze di custodia cautelare disposte dal GIP del Tribunale di Trieste riguardano sette persone accusate di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Gli arrestati avrebbero costretto professionisti e imprenditori italiani e stranieri, attraverso minacce e intimidazioni a rinunciare a ingenti crediti. Le persone arrestate avrebbero utilizzato metodi mafiosi, si legge nella nota della Dia, «al fine di favorire gli interessi del clan camorristico dei casalesi».

Sembra che proprio grazie a lui, arrestato nel 2010, gli inquirenti siano riusciti a comprendere meglio alcuni filoni interessanti per il clan, come nel caso degli appalti della RFI, Rete delle ferrovie italiane, e appunto nel settore ortopedico e sanitario che con la pandemia garantiscono profitti più consistenti che in passato. Incassa migliaia di euro in contributi e a fondo perduto e “ristori” per le chiusure imposte dal Covid, ma non ne aveva diritto perché segnalato dall’autorità antimafia ed escluso dalle liste delle aziende “pulite”. La Guardia di finanza ha stanato un imprenditore e truffatore, accusato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, e adesso è scattato anche il sequestro preventivo di denaro, quote societarie e investimenti sul mercato azionario. Il gruppo mafioso avrebbe rilevato il controllo del territorio dagli ultimi esponenti della “mala del Brenta”, con i quali sono stati comprovati i contatti. Le strategie criminali erano finalizzate, tra l’altro, ad acquisire, se necessario con minacce e violenza, la gestione o il controllo di attività economiche, soprattutto nell’edilizia e nella ristorazione, ma anche ad imporre un aggio ai sodalizi criminali limitrofi dediti al narcotraffico o allo sfruttamento della prostituzione. Una quota dei profitti dell’attività criminale era destinata a sostenere finanziariamente i carcerati di alcune delle storiche famiglie mafiose di Casal di Principe appartenenti al clan dei Casalesi.

– Chiede Pellicani – Ci sono altri elementi sui quali è necessario fare piena luce. Mi riferisco ad esempio agli spunti che riguardano Caorle, che emergono sempre dall’inchiesta del pm Roberto Terzo. L’intero territorio veneziano è al centro degli interessi delle mafie, vista anche l’inchiesta sulla presenza della ‘ndrangheta a Jesolo, che si era impossessata del golf club». Torna ai casalesi di Eraclea l’onorevole del Pd, Nicola Pellicani, con una interrogazione pronta da presentare al ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese . «Serve fare luce sul progetto di costruzione di un palazzo di 11 piani, con area commerciale, e un villaggio turistico che prevede 52 appartamenti. Non farebbe altro che confermare la presenza e il radicamento delle mafie nel litorale veneziano da molto tempo».

(non coinvolto nell’inchiesta), per incontrarsi ed accordarsi su ciò che avrebbe dichiarato nel corso dell’udienza (quella che si sta celebrando con rito abbreviato mentre Digiacomo è a processo con rito ordinario). Arena ha dato indicazioni al suo interlocutore sulle modalità con cui si sarebbe dovuto svolgere l’incontro, in un hotel in provincia di Venezia dove si trova in località protetta. Per Graziano Teso, ex sindaco e vicesindaco, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, la procura ha chiesto 4 anni; per l’avvocato Annamaria Marin, che avrebbe rivelato notizie sulle indagini a Donadio, 2 anni per favoreggiamento; ad Antonio Basile, che si sarebbe occupato di società cartiere, fatture false e frodi fiscali, 16 anni per associazione mafiosa. Altre richieste pesanti per Antonio Cugno , Nunzio Confuorto , Tommaso Napoletano , Giacomo Fabozzi , considerati i più vicini al “boss”, Luciano Donadio. La richiesta per il poliziotto jesolano Moreno Pasqual, accusato di essersi messo a disposizione di Donadio in cambio di favori, è di 6 anni.

Se l’amministrazione comunale di Eraclea fosse sciolta per mafia sarebbe un fatto storico per il Veneto, in quanto si tratterebbe del primo Comune caduto a causa di infiltrazioni criminali, spiega il deputato. Lo stesso Prefetto, recentemente, ha denunciato un clima omertoso. «Il piano del Livenzuola è legato all’inchiesta che nel febbraio scorso ha portato a 47 arresti tra cui il sindaco di Eraclea Mirco Mestre?

L’inchiesta riguardava le attività criminali del gruppo, guidato da Luciano Donadio e Raffaele Buonanno che si era insediato nel Veneto dagli anni ’90 andando a rilevare le attività che erano sotto l’egemonia della Mala del Brenta. In questo modo il gruppo era riuscito a conquistare il controllo del tessuto economico locale, dall’edilizia alla ristorazione, oltre ad imporre un “aggio” per il narcotraffico e lo sfruttamento della prostituzione. Tra gli episodi emersi durante le indagini, durate circa un ventennio, anche bombe e spari per convincere gli imprenditori a pagare e far comprendere loro che con la camorra, anche in Veneto, non si scherzava. Secondo il quotidiano Il Mattino l’accelerazione a questi processi di analisi della “zona grigia” è stata facilitata dalle rivelazioni del collaborazione di giustizia Nicola Schiavone, detto “o Barbone”, figlio di Francesco Schiavone detto Sandokan, capo del clan dei Casalesi.

Per affermare la propria egemonia sul territorio, i sodali hanno fatto uso e commercio di armi – anche da guerra – utilizzandole per compiere attentati intimidatori anche ai danni di ditte concorrenti. Tra le prove dei reati c’è stato anche il contributo di un collaboratore di giustizia che ha permesso di gettare luce su questo circuito criminale. Una trentina le perquisizioni nelle province dell’Aquila, Caserta e Roma e una ventina gli indagati. Dieci i cantieri interessati dove i lavori continuano paradossalmente con la soddisfazione dei proprietari, https://assoinveneto.org/quartiers-de-venise/ per un valore di circa dieci milioni di euro. Dove cercare (senza che la casa da gioco avesse alcuna responsabilità) di riciclare i soldi sporchi e soprattutto, tra una fiche e l’altra, di coordinare attorno al tavolo verde i propri affari. La guardia di finanza, però, con la collaborazione del casinò, è riuscita ad arrivare prima del gruppo.

Hanno collaborato all’esecuzione del provvedimento cautelare, nell’operazione denominata «At last», il Nucleo di polizia economico-finanziaria Venezia, il Servizio centrale investigazione criminalità organizzata (S.C.I.C.0.) della guardia di finanza di Roma, il Servizio centrale operativo (S.C.O.) della polizia di Stato con l’imponente impiego di oltre trecento unità di polizia giudiziaria. La missiva è finita nelle pagine del processo celebrato in abbreviato con 24 condanne inflitte dal tribunale di Venezia. Corvino fa riferimento ad un’arma che Donadio gli avrebbe inviato.

La perquisizione ha consentito di recuperare e sequestrare due pistole, munizioni oltre a sei involucri contenenti cocaina pura per oltre 230 grammi. È stato arrestato un operaio 50enne di origini campane, da tempo domiciliato nel modenese. L’indagine, condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna sotto la direzione della Dda di Napoli, era stata originariamente avviata a seguito della latitanza di Salvatore Calabria, esponente apicale del clan camorristico “De Sena” operante ad Acerra. Calabria si è reso irreperibile all’indomani della condanna all’ergastolo e dell’emissione nei suoi confronti della misura cautelare della custodia in carcere in relazione all’omicidio di Giovanni Sodano, alias “o ciucciaro”, vittima di agguato camorristico avvenuto ad Acerra il 1 dicembre 1996 (già esponente di vertice del contrapposto clan “Mariniello” di Acerra).

La pianificazione di attentati, le armi e le truffe ai fornitori. Sono questi alcuni degli argomenti trattati nel corso della testimonianza di Vincenzo Vaccaro, il collaboratore di giustizia che si è infiltrato tra le pieghe della cellula del clan dei Casalesi in Veneto, svelando agli inquirenti in tempo reale le azioni criminali del gruppo guidato dal boss Luciano Donadio. Tra i testimoni chiamati dai pm Terzo e Baccaglini c’è stato proprio l’ex comandante della polizia municipaledi Eraclea che nel 2019, dalla lettura degli atti d’indagine, aveva dichiarato agli organi inquirenti di episodi intimidatoriavvenuti nel recente passato, tra il 2010 ed il 2011. In particolare, secondo quanto riferito, nel 2010 qualcuno avrebbe camminato sulla sua auto ed avrebbe “insozzato” le maniglie con dell’urina. L’anno successivo aveva notato una persona, descritta come “piuttosto corpulenta”, seguirlo.

Tra le varie propalazioni rese Sgnaolin ha spiegato che «Donadio aveva diverse conoscenze con i carabinieri locali di Eraclea. Andavano loro a chiedere a lui di sistemare delle cose soprattutto con spacciatori o gente che faceva casino». Secondo il pentito, i carabinieri «chiedevano se poteva intervenire. E poi posso garantire che poco dopo gli spacciatori erano spariti, soprattutto i marocchini». Secondo quanto ha riferito Digiacomo, Arena dalla località protetta ed attraverso Facebook avrebbe contattato una conoscenza comune, tale M.S.

In ultimo, ma non da ultimo, sempre de relato la Valiera fornisce anche alcuni numeri di targa riferibili alle vetture degli asseriti aggressori. In uno o più episodi, sempre stando alla denuncia raccolta dai marescialli della GdF Venerando Basile e Melissa Romanzi, Daniel, secondo la denunciante, sostiene anche di essere stato picchiato dalle persone col volto travisato. Tanto che il presunto basista si sarebbe dovuto recare almeno in due circostanze presso l’ospedale di Jesolo «per frasi medicare». Convincerlo per le spicce affinché quest’ultimo non rivelasse agli incaricati dall’autorità preposta che glielo avessero eventualmente domandato i rapporti tra «il mio ex compagno Rino Dalle Rive» e il consulente padovano «Riccardo Sindoca». Stando alla denuncia della Valiera, che nello stesso documento dichiara di sentirsi minacciata da quelle persone, si precisa altresì che le visite degli incappucciati si sarebbero ripetute per ben diciannove volte, tutte con data certa, tra l’ottobre 2018 e il luglio 2019.

Ad entrambi, secondo quanto ha riferito il pentito, doveva essere bruciata l’auto con una molotov. Dalle minacce al comandante dei vigili urbani all’incendio di tre barche all’interno di un cantiere nautico a Venezia. Sono queste le circostanze emerse nel corso del processo a carico della cellula del clan dei Casalesi, guidata da Luciano Donadio, attiva nella zona di Eraclea. Ma non si trattava, secondo il pentito, di forniture al clan bensì di uno scambio tra persone che condividevano la passione per le armi. Un rapporto di cordialità, insomma, confermato anche dalla partecipazione dei due ai funerali di Laiso nel 2010 (circostanza smentita da Buonanno che ha reso dichiarazioni a margine dell’udienza).

Prima di uno degli imprenditori arrestati, cliente abituale di Ca’ Vendramin-Calergi, e soprattutto prima dell’arrivo degli affiliati dei Casalesi. In questo modo è riuscita a pedinarli e pure a filmarli mentre si scambiano denaro e informazioni. Mentre architettano la loro rete criminale tra appalti e fondi neri. Nei giorni scorsi, infatti, la Procura della città abruzzese devastata dal terremoto del 2009 ha disposto sette ordinanze di custodia cautelare. Quattro in carcere e tre ai domiciliari nei confronti di altrettanti imprenditori, operanti nella ricostruzione post-terremoto, per i reati, a vario titolo, di estorsione aggravata dal metodo mafioso e di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Dalle indagini, inoltre, si è venuto a sapere che uno dei luoghi prediletti per incontrare gli esponenti dei Casalesi era proprio il casinò di Venezia.

Per circa vent’anni, come confermato da questa sentenza, il clan mafioso aveva gestito i propri affari nella zona, stringendo alleanze con la politica e l’imprenditoria locale. A tredici anni dalla lettura in un’aula di tribunale del ‘proclama’ contro magistrati e giornalisti nel corso del processo di Appello ‘Spartacus’ al clan dei Casalesi arriva un nuovo ‘cambio di sede’ per uno dei procedimenti nati da quei fatti. Una decisione che arriva dopo diversi rinvii per legittimi impedimenti dovuti al covid dell’avvio del processo di secondo grado che vede imputati l’avvocato Michele Santonastaso, ex difensore del boss dei Casalesi Francesco Bidognetti, lo stesso Bidognetti e l’ex capoclan Antonio Iovine, ora pentito.

  • Mentre architettano la loro rete criminale tra appalti e fondi neri.
  • Nelle prime ore di ieri i Carabinieri di Modena, sulla base di un procedimento penale coordinato dalla Dda di Bologna col pm Marco Forte, hanno eseguito un decreto di perquisizione personale e locale nei confronti di otto persone, cinque delle quali indagate per concorso nella detenzione illegale di armi da fuoco.
  • Ovvero il contatto con l’amministraizone comunale di allora, e poi con l’ultima giunta di Mirco Mestre.
  • Nei giorni scorsi, infatti, la Procura della città abruzzese devastata dal terremoto del 2009 ha disposto sette ordinanze di custodia cautelare.

Di più nella medesima denuncia la Valiera sostiene che lo stesso Daniel gli avrebbe raccontato, affinché ne fosse data notizia agli inquirenti, che in passato nell’abitazione del presunto basista si sarebbero introdotti alcuni «uomini incappucciati ed armati di pistola» che con accento meridionale avrebbero minacciato lo stesso Daniel. Le perquisizioni sono state eseguite sia a Bologna che a Udine e un imprenditore è stato colpito da un’informazione di garanzia firmata dalla Dda del capoluogo campano. L’indagine è stata condotta dal pm anticamorra Graziella Arlomede, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Rosa Volpe.

In questo modo, per molto tempo, hanno comandato tra Eraclea, Jesolo e Caorle. Lo ha detto il neo collaboratore di giustizia Girolamo Arena, 38enne palermitano trapiantato a Fossalta di Piave, nel corso del processo sulle infiltrazioni del clan di Casal di Principe nel nordest. Il processo vede alla sbarra una quarantina di imputati tra cui Luciano Donadio, considerato il boss di Eraclea, Raffaele ed Antonio Buonanno di San Cipriano d’Aversa ed Antonio Pacifico, di Casal di Principe. In questo modo il gruppo legato al clan dei Casalesi, fazione Bidognetti, era riuscito a conquistare il controllo di una parte del tessuto economico del Veneto orientale, dall’edilizia alla ristorazione, oltre ad imporre un “aggio” per il narcotraffico e lo sfruttamento della prostituzione. Il piatto forte di giornata è stato proprio la testimonianza di Salvatore Laiso, il primo “vero” pentito di camorra sentito nel corso del processo. Laiso, dopo una panoramica sulla sua esperienza nel clan dei Casalesi, è entrato nel cuore delle vicende venete parlando dei suoi rapporti con Donadio e Buonanno.

I pm Roberto Terzo e Federica Baccaglini hanno letto giovedì le richieste di pena nei confronti dei primi 25 imputati dell’inchiesta sui “casalesi di Eraclea”, quelli che hanno scelto il rito abbreviato. Le indagini avevano portato alla luce nel 2019 un sistema di malaffare diffuso e di legami tra esponenti della camorra, imprenditori e politici locali (è stato arrestato anche il sindaco Mirco Mestre), oltre che bancari, professionisti e rappresentanti delle forze dell’ordine. Il boss dell’organizzazione era considerato Luciano Donadio, che ha scelto però il rito ordinario assieme ad altri 45 imputati. Le indagini avevano portato alla luce nel febbraio 2019 un sistema di malaffare diffuso e di legami tra esponenti della camorra originari della Campania ed imprenditori e politici di Eraclea , oltre che bancari, professionisti e rappresentanti delle forze dell’ordine.

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